Andreas Müller: «La popolarità mi ha dato alla testa, la terapia più grande è stata mia moglie Veronica Peparini. Pagherei per andarmene prima di tutti quelli che amo»
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Alla vigilia dell'ingresso nella casa del Grande Fratello Vip, il ballerino racconta la scelta di allontanarsi dalla danza, gli anni difficili dopo Amici, l'amore per Veronica Peparini e la paternità: «Voglio far crescere le mie figlie come due guerriere, perché altrimenti questo mondo se le mangia»

17 settembre 2026

Quando chiedo ad Andreas Müller cosa gli mancherà di più mentre sarà chiuso nella Casa del Grande Fratello Vip non ha dubbi: «Le bimbe, casa. La mia famiglia, insomma». Ballerino, coreografo, vincitore di Amici e imprenditore di successo, Müller è tante cose ma, prima di tutto, un padre (per le piccole gemelle Penelope e Ginevra) e un marito (per Veronica Peparini). Il suo percorso è stato tutto in salita, soprattutto perché è stato costretto a misurarsi con il pregiudizio di essersi innamorato di una donna più grande di lui di 25 anni più grande di lui che, tra l'altro, ad Amici era la sua insegnante di ballo. «Non sei al supermercato a scegliere il latte più conveniente: non puoi dire “conviene di più innamorarsi di una persona della mia età". Non stai scegliendo la persona "giusta" in un catalogo. Sei nella vita, dove le cose accadono», racconta Andreas, che di peli sulla lingua non ne ha mai avuti e che, proprio per questo, potrebbe fare faville nel reality di Canale 5 al via il 17 settembre.
Cosa l'ha spinta ad accettare il Grande Fratello Vip?
«In tutti questi anni non avevo mai preso in considerazione nulla se non La Talpa, ma solo perché era un programma che avrei insieme Veronica, il nostro viaggio di nozze mancato. Volevamo partire per un'avventura, fare qualcosa di carino, diverso dal nostro mondo, e metterci in gioco insieme, lontano dalla danza. Il Grande Fratello l’ho preso in considerazione soprattutto negli ultimi anni in cui ho accantonato la passione che avevo per il ballo per fare emergere la mia persona».
Immagino che l'avessero già cercata prima.
«Sì, mi è capitato di fare dei provini nelle edizioni passate. Solo che, per un motivo o per l'altro, non si è mai concretizzato: forse non era ancora il momento giusto».
Parlava di accantonare la danza. In che senso?
«Negli ultimi anni non lavoro più tanto come ballerino. Ho avuto anni sicuramente più intensi, tra tournée e videoclip: poi c'è stato un momento in cui ho tirato il freno, perché secondo me l'Italia non è il Paese migliore in cui investire le proprie risorse solo ed esclusivamente nella danza».
Perché lo pensa?
«Perché non ti mettono nelle condizioni di avere una vita lunga e una carriera dignitosa. È per questo che ho aperto la mia attività e ho realizzato altri sogni che mi danno più stabilità e mi fanno stare bene, permettendomi di guardare le mie figlie con più sicurezza e al futuro con più maturità».

Da bambino, che sogni aveva Andreas Müller?
«Quando la maestra a scuola mi chiedeva cosa volevo fare da grande, rispondevo il giocattolaio. Il ballo non è mai stato un obiettivo per me da piccolo: avevo la stanza piena di giochini, tutti in ordine. Mi piaceva l'idea di avere un negozio di giocattoli, con tutte quelle cose dentro».
La danza è arrivata dopo.
«È stata una passione che, all'inizio, era soprattutto di mio fratello Daniel. Io poi mi sono accodato a lui: è come se avessi realizzato il sogno del ballerino per entrambi. È stato più un passaggio di testimone: vedere che mio fratello non poteva realizzare la sua ambizione mi ha fatto, forse inconsciamente, prendere in carico quell'obiettivo. L'ho realizzato, sono rimasto in quell'ambiente qualche anno e poi ne sono uscito piano piano. Oggi resta comunque una passione forte, ma non mi piaceva più farlo come lavoro».
Le manca esibirsi?
«Certo, ho vissuto delle sensazioni bellissime sul palco. Ma sono anche una testa calda, molto determinato: preferisco sparire avendo fatto le cose belle che ho scelto piuttosto che arrivare "zoppo" agli ultimi spettacoli e dover accettare tutto».
Che rapporto ha con suo fratello?
«Da piccolo non andavamo molto d'accordo - oltretutto, avendo lui una condizione particolare dalla nascita - è affetto da una disabilità causata da una rara forma di meningite - ai miei occhi era una persona "diversa" da cui prendere le distanze. Poi, crescendo, ho riconosciuto il suo valore e questo ha fatto sì che il rapporto si rafforzasse: si è capovolto tutto - da che all'inizio lo prendevo in giro e facevo finta che non esistesse, è diventato parte integrante della mia vita, anzi motivo di tanti miei successi. È stato uno sprone a fare tanto».
Capitava che i vostri genitori si concentrassero più su di lui e meno su di lei?
«No. Anzi, secondo me i miei genitori hanno fatto molto affidamento su di me e sull'altro fratello, perché siamo in tre. Certo, quando hai un figlio "diverso" e poi te ne arriva un altro senza quel tipo di difficoltà, per una madre e un padre è un po' complicato, ma sono stati molto bravi. E io, forse senza che loro me lo chiedessero, crescendo ho capito che avevano bisogno del mio aiuto - anche se non mi hanno mai chiesto niente. Sono stato io ad affiancarli, per non far mai sentire Daniel in difetto o troppo diverso da noi».
Durante l'adolescenza voleva sparire o essere visto?
«Ho avuto momenti in cui volevo essere visto e momenti in cui non volevo essere notato per niente. L'infanzia, proprio per la situazione che vivevo in casa - dinamiche difficili, litigi, equilibri poco stabili - è stata un periodo in cui volevo "sparire": preferivo essere visto dai miei amici, avere il loro supporto».
Che adolescente è stato?
«Qualche problema l'ha portato, ma non troppi. Andavo in giro a fumare, a ubriacarmi e tornavo a casa la mattina dopo. Ho fatto soffrire i miei per questo, ma forse anche grazie a quella fase sono poi successe tante cose belle nella mia vita: quando arrivi a un momento di down, puoi solo risalire».
In tutto questo, la danza dove si inserisce?
«Giocavo a pallone, la danza era una cosa di mio fratello. Alla fine, dopo tantissime richieste, mi sono stancato di dirgli di no: lui mi chiedeva di fare una lezione con lui, e anche mia madre mi fece notare che non mi sarebbe dovuto pesare farlo contento per un giorno solo. Così sono andato a quella lezione vergognandomi, e contro ogni mio interesse. Quando però sono tornato a casa, mi sono reso conto che in realtà era una cosa che mi piaceva».
L'hanno mai fatta sentire diverso per il fatto di dedicarsi alla danza?
«Assolutamente sì. Quando giocavo a pallone ero "figo", e quando sono andato a danza sono diventato “ricc*ione”. È una fase che, per fortuna, oggi mi sembra superata, perché ormai ci sono tantissimi ragazzi che fanno danza: credo che anche la televisione abbia avuto un ruolo importante in questo, insieme a tutto quello che si vede sui social. Ogni tanto, un merito, gli schermi ce l'hanno. Quando ho iniziato io, e ancora di più chi mi ha preceduto, credo sia stato pesante».
Ha mai sofferto per questo?
«La battuta di un ragazzo veniva sempre compensata dal complimento di una ragazza. Per le ragazze chi ballava non era percepito come omosessuale, anzi. Ero "il figo" quando ballavo, quindi non l'ho vissuta così male».

A un certo punto è arrivato Amici.
«Era sempre un obiettivo di Daniel. Io non avevo mai guardato Amici in vita mia, non sapevo neanche cosa fosse perché il sabato sera uscivo fin da piccolo. Un giorno mi sono ritrovato a casa dopo aver già iniziato a ballare e, guardandolo insieme, con il suo modo scherzoso di dire le cose, mi disse che dovevo andare là, che potevo farlo, che "spaccavo". Da lì, poi, ci furono anche dei coreografi che, vedendomi in giro, mi hanno suggerito di provare e alla fine sono arrivato ad Amici».
Ed è andata alla grande, anche se ricordo le lacrime per l'infortunio che il primo anno l'ha costretto a lasciare.
«Sono passato dalle strade di Fabriano, ventimila abitanti, a essere sulla bocca di tanti e un esempio per altrettanti. Con l'infortunio ho avuto un forte down perché mi sono visto passare avanti un treno che non sapevo se avrei più potuto riprendere: è stato il pubblico a starmi vicino e a darmi la forza di continuare. Il pubblico e Veronica, che ha sempre cercato di tirarmi su di morale. Quando ho saputo che potevo ripresentarmi mi sono detto: vado a riprendermi quello che mi aspetta».
E infatti ha sollevato la coppa: in cosa pensa di essere cambiato in questi dieci anni?
«Oggi sono una versione migliore di dieci anni fa, perché allora ero mosso solo dall'obiettivo di essere il migliore di tutti. Quando vinci un programma, subito dopo ti chiedi: ok, e adesso cosa faccio? Inizi a lavorare con la tua passione, ma hai un confronto continuo con te stesso e con gli altri. Ho avuto un momento in cui volevo sempre di più, e allora ho dovuto tirare le somme, riguardarmi allo specchio e capire cosa contava. Da quel brutto momento, alla fine, ne sono uscito vincitore con l'aiuto delle persone più care, fino ad arrivare al desiderio di diventare padre: quello penso sia stato il momento in cui è uscita la versione migliore di me, che mi ha fatto dire: dimentica quello che sei stato per gli altri e fai quello che è giusto per te».
La popolarità le ha dato alla testa?
«A un certo punto sì. Mi sentivo osservato, non riuscivo più a essere me stesso: avevo addosso questo incubo del "personaggio", del "ballerino che deve fare". Lì il mio corpo ha reagito, con qualche problemino di salute. Poi, con le bimbe e con l'attività, la mia vita ha ripreso una quadra più normale. Sono un uomo con delle responsabilità diverse: sposato, con due figlie bellissime, una casa, un'attività, delle ambizioni. È servito tutto».
Cosa l'ha aiutata a ritrovare l'equilibrio in quella fase più delicata? Ha fatto terapia?
«La terapia l'ho iniziata molto tardi, tre o quattro mesi fa. In quel momento, la terapia più grande è stata mia moglie. Era la persona che vivevo di più, in casa: se avevo problemi o paure li raccontavo a lei prima ancora che ai miei amici o ai miei genitori. Giorno per giorno mi ha aiutato a vedere le cose in modo un po' più colorato».
Ne avete sopportate parecchie all'inizio, per via della differenza d'età e del fatto che lei fosse l'allievo e Veronica l'insegnante.
«È stato faticoso gestire certe cose. Ogni tanto qualche scatto c'è stato, perché dopo un po' le persone diventano pesanti, e secondo me ogni tanto vanno anche "rieducate". Comunque, oggi non mi arrabbio più come una volta: se leggo un commento che non mi torna, spesso sorvolo; altre volte, invece, mi va di rispondere, di dare una lezione a chi si mette da solo all'angolo».
In un video, qualche mese fa, rispondeva proprio a questo tipo di provocazioni.
«Ormai ho capito per cosa vale la pena arrabbiarsi e per cosa vale la pena soffrire. E i social di certo non ne fanno parte, perché purtroppo sono un ambiente ostile e lo saranno sempre - ci si nasconde dietro un telefono e le persone, purtroppo, diventano sempre più vigliacche. Non puoi passare le giornate a stare male per questo. Il consiglio che darei è: uscite, fatevi una passeggiata, trovatevi un lavoro. Io non ho ricevuto niente in regalo: non ho vinto Amici perché mi hanno raccomandato e non ho aperto un'attività perché qualcuno me l'ha aperta. Mi sono rimboccato le maniche».

Secondo lei c'è ancora, nel 2026, un certo tabù legato alla differenza d'età in una relazione?
«Per me è una grande sciocchezza, perché ho sempre pensato che non ci si possa innamorare solo dei propri coetanei: il sentimento non lo controlli, ci si innamora e basta, punto. Poi sarà il confronto tra le persone coinvolte a capire se quella relazione, con quella differenza d'età, si potrà affrontare, ma per tutti gli altri non deve essere un problema».
Che amore state vivendo adesso?
«Un amore consolidato: ci sono le bimbe, c'è una famiglia. È quello che, dopo un po' di anni, dovrebbe esserci in ogni coppia: stabilità, alternata anche a confronti e a qualche litigio».
Ha mai paura che l'amore possa affievolirsi, come spesso succede nelle relazioni lunghe?
«No. È talmente poco scontato e così dinamico che c'è sempre modo di rimettere benzina: non c'è pericolo».
Quando Veronica era incinta, avete avuto anche qualche difficoltà con la gravidanza: è stato un momento delicato?
«La gravidanza gemellare è diversa da una gravidanza singola: ci sono state fasi che abbiamo dovuto conoscere, alcune più delicate - la più delicata è stata quando una delle due bimbe prendeva meno nutrimento dell'altra e si stava un po' "rimpicciolendo" mentre l'altra cresceva: questo ha fatto scattare un campanello d'allarme. Poi, per fortuna, tutto è andato come doveva andare e non è successo nulla di grave».
In che modo diventare padre ha cambiato Andreas Müller?
«In tutto. Ogni scelta che fai ormai la fai considerando anche le tue figlie. La mia intenzione è sempre stata quella di essere un padre presente: voglio essere un punto di riferimento, la persona su cui possono contare davvero. È una fase che mi ha cambiato, e che mi piace molto, perché sto meglio dentro casa che sempre in mezzo alla gente».
Penelope e Ginevra sono ancora molto piccole: la spaventa l'idea che, una volta cresciute, dovranno confrontarsi con un mondo pericoloso?
«Da morire. Cercherò, fino a quando usciranno di casa, di esserci sempre, e di farle crescere come due "guerriere", perché altrimenti questo mondo se le mangia. Ogni volta che sento certe notizie, il mio pensiero va a loro. Però non voglio nemmeno essere troppo ansioso: il rischio, nella vita, c'è comunque: al semaforo, sulle strisce, persino scendendo le scale. Non voglio vivere nella paura di tutto: voglio solo prepararle a quello che può essere questo mondo, che non è sempre gentile».
Sul fronte dei maschietti, invece - non serve che glielo dica io - piace parecchio. La lusinga?
«La mia paura più grande, mentre facevo Amici, era quella di riuscire a creare solo un pubblico femminile - mamme che mi volevano come figlio, ragazze che mi volevano come fidanzato, nonne come nipote. Poi, invece, mi sono reso conto che in tanti mi sostenevano. Inclusa la comunità LGBTQ+: ho fatto anche la drag in televisione. Molto spesso mi trovo meglio con un ragazzo omosessuale che con un etero "eccessivamente etero", perché con certi discorsi non sto troppo bene».
Mai avuto esperienze omosessuali?
«No».
Tornando invece al matrimonio: ha cambiato qualcosa nella vostra relazione?
«In realtà nulla. L'abbiamo fatto per dare un valore in più alla famiglia che avevamo creato: prima delle bimbe non era mai stato un nostro desiderio, e solo dopo il loro arrivo abbiamo deciso di "chiudere il cerchio". Non penso che ci sia davvero un motivo necessario per sposarsi: è una cosa che si può tranquillamente evitare. Ma noi siamo sempre stati due persone concentrate sul lavoro, non ci siamo mai presi una vacanza, sempre a rimboccarci le maniche: per noi il matrimonio è stata una specie di consacrazione, una festa per tutti i nostri affetti. E poi avevo il desiderio di vedere Veronica vestita da sposa. Mi piaceva l'idea, anche perché lei era già stata sposata, di non lasciare nell'archivio un divorzio, ma di "aggiornarlo" con un matrimonio nuovo. Ed è anche divertente sentirsi marito, chiamarla moglie, tutte queste cose. Ma non penso che il matrimonio unisca più di quanto due persone possano già essere unite senza».
Di cosa ha paura?
«Di rimanere senza niente. Ma la paura più grande in assoluto resta quella legata agli affetti: pagherei per andarmene prima di tutti gli altri».
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