“Ancona città sotto controllo, qui i maranza non esistono”

Ancona città sotto controllo «Videosorveglianza, un pallino I maranza qui non esistono Piano, non è degrado esasperato» Il comandante della polizia locale Marco Caglioti rovescia il quadro che qualcuno vuole dipingere: «Se si gonfia un episodio banale, si pensa erroneamente che la città sia invivibile»
Ancona, 11 settembre 2026 – Il raid contro le fioriere del centro, la vetrina infranta al Piano, e una certa narrazione che dipinge Ancona come una città in mano al degrado, dove chi sbaglia la fa franca. Il comandante della polizia locale, Marco Ivano Caglioti, rovescia il quadro partendo dai fatti: “Ancona è una città super controllata”, dice. E i numeri del suo comando stanno dalla sua parte.
Comandante, il vandalo delle fioriere è stato raccontato come il simbolo dell’impunità: l’ha fatta franca?
“Per niente. In otto ore sapevamo già chi era stato; per la scritta sul Cobianchi sono bastati due giorni. È il frutto del controllo del territorio: siamo in strada ogni giorno e molti di noi sono anconetani, conosciamo le persone, le dinamiche, viviamo e sentiamo la città”.
Come è organizzato il contrasto al degrado?
“C’è un ufficio antidegrado istituito apposta, con risultati molto importanti. L’amministrazione ha investito moltissimo sulla videosorveglianza: arriveremo a quasi 560 telecamere e la control room più grande delle Marche, a supporto di tutte le altre forze di polizia. L’attività si sviluppa in parte con la visione delle immagini, in parte partendo dalle denunce: se sono circostanziate, andiamo a rivedere il momento del reato e risaliamo alla persona con un lavoro di indagine approfondito”.
Che città è Ancona, vista dal comando?
“Una città sotto controllo. Per la rapina ad Ancona sud i carabinieri hanno arrestato tutti nel giro di due ore. Dei maranza, qualche anno fa, c’era stato un sentore, ma ad Ancona non esistono. Quelli veri sono ben altra cosa: minorenni affiliati a organizzazioni criminali più grandi, che spesso girano armati. Qui il fenomeno non ha attecchito, perché la Questura è intervenuta per tempo. Che in centomila abitanti non accada nulla è impensabile: la scazzottata c’è, il furto c’è, la truffa c’è. Ma sono episodi di basso profilo”.
Eppure per la vetrina rotta al Piano si è parlato di una mega rissa, quando erano tre persone che bisticciavano: il quartiere è quello che si racconta?
“Il Piano è un quartiere che conosco bene, e non ho mai avvertito la sensazione che sia un’area abbandonata. È anzi molto vivace. E lì noi ci siamo: c’è il presidio, c’è una pattuglia quotidiana, chi ha bisogno di noi sa dove trovarci. Il Piano è un quartiere multietnico, come ormai quasi tutta la città. È molto frequentato, vive dinamiche comunitarie complesse. Ma parlare di degrado esasperato non è giusto, non è corretto”.
Quanto pesa il modo in cui i fatti vengono raccontati?
“Moltissimo. Se si gonfia un episodio banale, chi legge pensa che la situazione sia invivibile. Non è così. E lo stesso vale per le persone: verso chi arriva da Paesi con regole meno rigide delle nostre servono più informazione e più pazienza: in questo non vedo alcuna pericolosità sociale. La pericolosità abita altrove”.
Cosa si può fare per avvicinare chi, comunque, percepisce insicurezza?
“Accorciare le distanze: più incontri con la cittadinanza, più informazione e soprattutto le scuole, perché la scuola è la base di ogni cosa. Bisognerebbe entrare nelle case, con dei racconti che mostrino da vicino le persone che ci sembrano diverse: si scoprirebbe che, alla fine, non lo sono. E poi offrire alternative prima di sanzionare: non tollerare solo se l’alternativa offerta viene rifiutata”.