Anche i padri possono soffrire di depressione post-partum
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- La depressione post-partum paterna
- Le cause della depressione post-partum paterna
- Il ruolo di genere e la depressione post-partum nei padri
- La salute mentale paterna è ancora sottovalutata
- I cambiamenti necessari
Viren Swami è un professore di Psicologia all’Anglia Ruskin University, nel Regno Unito, ed è diventato padre per la prima volta nel 2017. “Il momento in cui ho realizzato” che c’era qualcosa che non andava “è stato quando l’ho preso in braccio per la prima volta, e ricordo di non aver provato niente. Ci si aspetta di provare gioia, felicità e tutte quelle emozioni di cui le persone parlano, ma ricordo che tenevo in braccio questo essere umano e pensavo ‘Non so bene cosa farci’”.
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La depressione post-partum paterna
Il professor Swami ha sofferto di depressione post-partum paterna, una condizione che riguarda circa 1 neo-padre su 10 e che può insorgere entro il primo anno di vita del bambino, con picchi tra i tre e i sei mesi. Eppure, di depressione post-partum (o più correttamente “depressione perinatale”, se si include l’intero periodo che va dalla gravidanza al periodo successivo alla nascita) negli uomini si parla ancora molto poco. Tra i sintomi, ci sono quelli tipici della depressione, come umore molto basso, senso di affaticamento, incapacità a provare gioia ed emozioni positive, difficoltà di concentrazione, disturbi del sonno e variazioni dell’appetito. “Qualcuno pensa che si tratti solo di essere un po’ tristi, ma è molto peggio di così: è non riuscire a essere felice, pensare che la tua famiglia starebbe meglio senza di te, sentirsi del tutto inutili e non avere voglia di fare nulla, avere pensieri di suicidio. Per oltre un anno, questa è stata la mia vita”, afferma il professor Swami.
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Le cause della depressione post-partum paterna
La ricerca in questo campo è ancora molto limitata. Per diverso tempo si è pensato infatti che la depressione perinatale fosse il frutto di cambiamenti ormonali, e perciò è sempre stata interpretata come una questione materna. In realtà, come stanno dimostrando alcuni studi recenti, anche i padri possono attraversare delle trasformazioni importanti. Alcune ricerche preliminari hanno rilevato ad esempio dei cali nei livelli di testosterone, che possono portare stanchezza e disturbi del sonno, ma anche dei cambiamenti a livello cerebrale: così come il cervello delle madri cambia in gravidanza, lo stesso sembra capitare anche a quello dei nuovi padri, in particolare se trascorrono molto tempo con i neonati e sono i loro principali caregiver.
Inoltre, come si è visto nelle donne, le cause della depressione perinatale non vanno ricercate soltanto nei cambiamenti fisici e negli sbalzi ormonali. Nelle madri, ad esempio, tra i fattori di rischio rientrano l’aver già sofferto di disturbi psicologici in passato; essere in una relazione abusante; non avere supporto e assistenza adeguata. Un discorso simile riguarda i padri. Tra i fattori di rischio della depressione post-partum paterna infatti c’è l’aver sofferto di disturbi psichiatrici, così come la depressione della partner: quando la madre sviluppa sintomi depressivi perinatali, aumenta anche il rischio per i padri. Anche la giovane età è considerata una potenziale causa della depressione. Non c’è solo questo: nel caso degli uomini, alcuni fattori di rischio hanno a che fare con le condizioni e i cambiamenti tanto individuali quanto sociali del ruolo paterno. Il professor Swami ha accennato ad esempio al fatto di essersi sentito solo già prima della nascita di suo figlio, con la famiglia lontana e le conseguenze di non avere una rete di supporto stabile attorno: un problema che riguarda moltissimi neogenitori, dato che la famiglia nucleare è ormai per tanti la norma e, rispetto al passato, in pochi possono fare affidamento sulla condivisione della cura tra persone care. A ciò va aggiunto anche un tema di genere: gli uomini eterosessuali sono tra coloro che faticano di più a creare relazioni soddisfacenti sul piano emotivo, per cui nei momenti di crisi possono sentirsi - ed essere - ulteriormente soli.
Swami aggiunge anche un altro elemento che potrebbe aver contribuito allo sviluppo dei suoi sintomi depressivi: “Ho avuto solo due settimane di congedo di paternità e poi sono dovuto tornare al lavoro: non ho davvero avuto il tempo di creare un legame con mio figlio alla nascita. E quando provavo a trascorrere del tempo con lui, piangeva sempre e questo mi faceva sentire come se non avesse bisogno di me”. I congedi di paternità troppo brevi rappresentano principalmente un problema per le madri, a cui viene affidata, concretamente e culturalmente, la maggiore responsabilità della cura, con effetti negativi sul loro benessere, la loro vita sociale e la loro carriera. Al tempo stesso però, sono un problema anche per tutti quei padri che invece vorrebbero esserci, ma che non trovano a livello sociale e lavorativo il supporto di cui avrebbero bisogno. In Italia, il congedo di paternità obbligatorio è pari a dieci giorni ed è tra i più bassi in Europa: sebbene il 35% circa ancora non ne usufruisca, è stato comunque notato un forte aumento delle richieste e del suo utilizzo, passando dal 19,2% dei padri aventi diritto nel 2013 a superare il 64% nel 2023.
Il ruolo di genere e la depressione post-partum nei padri
Anche a livello culturale, i padri che vorrebbero assumere un ruolo più centrale rispetto a quello delle vecchie generazioni non trovano il sostegno che cercano. “Nella mia famiglia, gli uomini non parlano di bambini, non hanno a che fare con loro”, commenta il professor Swami, spiegando come questa mancanza di esperienza diretta abbia contribuito a farlo arrivare alla paternità senza strumenti, consapevolezze o modelli di riferimento a cui rivolgersi. Per alcune persone esperte, è proprio la mancanza di riconoscimento del nuovo ruolo che alcuni padri vorrebbero assumere ad aumentare il rischio che sviluppino una depressione post-partum. Intervistato dalla testata statunitense The Cut, il professore di psichiatria e scienze comportamentali Sheehan Fisher ha spiegato infatti che il coinvolgimento dei padri è un fenomeno del tutto nuovo: “Storicamente, l’identità maschile non doveva cambiare così tanto”, mentre i neo-genitori di oggi “stanno attraversando una fase che i loro padri non hanno attraversato”. Ovviamente il problema non è il desiderio di tanti uomini di prendersi cura attivamente dei propri figli, né del pretendere che siano presenti come non hanno fatto quelli della loro famiglia d’origine: quando i genitori sono attivi e partecipi allo stesso modo, a beneficiarne è l’intero nucleo familiare. Non è solo per chi cerca di abbattere il ruolo di genere maschile che vuole gli uomini emotivamente distaccati dalla cura familiare che il rischio di sviluppare sensazioni di ansia, inadeguatezza e depressione è alto, ma lo è anche per chi prova ad aderire a un certo standard. Il ruolo di genere patriarcale infatti impone agli uomini di essere i cosiddetti “breadwinner”, e cioè coloro che hanno il compito di mantenere economicamente la famiglia. Con l’arrivo di un figlio però, le spese impreviste aumentano e le famiglie possono ritrovarsi a fronteggiare difficoltà finanziare inaspettate: questo può generare ansie e contribuire a sviluppare sintomi depressivi, se si percepisce di non riuscire ad adempiere al proprio ruolo di genere maschile come si vorrebbe.
La salute mentale paterna è ancora sottovalutata
Nonostante i numerosi fattori di rischio, i bisogni dei neo-padri vengono ancora spesso trascurati. Già per le neomadri è difficile parlare e ricevere assistenza in caso di disagio psicologico: e questo sebbene, per tutto il periodo perinatale, dalle persone care al personale sanitario fino ai corsi pre-parto è su di loro che si concentrano le attenzioni maggiori. La salute mentale paterna invece viene sottovalutata o ignorata del tutto. “Spesso gli uomini non ne parlano perché non vogliono mostrarsi deboli”, in particolare se aderiscono a modelli di maschilità rigidi e patriarcali, ma anche perché “non hanno lo spazio per farlo”, afferma il professor Swami. Da uno studio pubblicato nel 2024 è emerso ad esempio che molti padri hanno segnalato come il personale sanitario incontrato nel periodo perinatale abbia preso in considerazione soltanto il benessere della madre: questa mancanza di riconoscimento, insieme al timore diffuso di essere fuori luogo nel chiedere supporto in un momento così delicato per le proprie partner, può indurre molti neo-padri a negare o nascondere che ci sia qualcosa che non va, a provare a risolvere i problemi da soli, a non chiedere aiuto per tempo.
La svalutazione della depressione post-partum maschile può arrivare anche dalle madri, che percepiscono i discorsi sulla salute mentale paterna come il tentativo degli uomini di rendersi protagonisti in un’esperienza tutta femminile, togliendo ancora una volta alle donne attenzione e dunque assistenza. Il professor Swami comprende da dove arrivi questa ritrosia: “Storicamente alle donne non è stato riconosciuto lo stesso livello di cura medica” che invece è stato riservato agli uomini. Al tempo stesso, però, parlare di depressione post-partum paterna “non porta via nulla alle madri”, afferma l’esperto: anzi, occuparsene è fondamentale per il benessere di tutta la famiglia. Come rilevato da alcuni studi, proprio come quella materna, anche la depressione post-partum paterna può avere delle possibili ripercussioni sui figli, tra cui lo sviluppo di disturbi psichiatrici e cognitivi da adulti. Anche per le madri un disturbo psicologico del partner, quando non riconosciuto e non trattato, rappresenta un forte fattore di stress, che va a sommarsi a quelli già connessi al periodo perinatale.
I cambiamenti necessari
Per questo motivo il professor Swami è convinto che vada cambiato il modo in cui non solo parliamo, ma anche trattiamo la depressione post-partum paterna: “Quando le madri sviluppano una depressione perinatale, vengono trattate come parte di un nucleo familiare e si dice che si vuole dare supporto non solo alla donna ma a tutta la famiglia”, perché si riconosce l’impatto che questa condizione ha sui singoli membri e sul nucleo nel complesso. Quando invece sono i padri a sviluppare sintomi depressivi perinatali, “vengono presi singolarmente” e trattati come un problema individuale, al di fuori del ruolo familiare: “La mia idea è sempre stata che, se per qualsiasi motivo un membro del nucleo familiare è in difficoltà debba ricevere aiuto, e che tale aiuto debba essere fornito nell’ambito del nucleo familiare stesso”, afferma l’esperto. A ciò aggiunge anche la necessità di introdurre screening specifici dedicati alla salute mentale dei neo-padri, e programmi di formazione per il personale medico e sanitario sul tema. Circa tre anni fa, il professor Swami ha avuto una seconda figlia e oggi afferma di stare meglio: “Due cose sono state davvero utili per me: intraprendere un percorso di psicoterapia, che mi ha fatto comprendere il mio ruolo di genitore e anche come interagire con mio figlio; e prendere parte a un corso di genitorialità”. Quest’ultima, in particolare, “è stata un’esperienza meravigliosa”, afferma: “Il semplice fatto di potermi sedere in una stanza con altri genitori e dire: ‘Mi sento in questo particolare modo, non so come giocare con mio figlio, nessuno mi ha insegnato a farlo’, e ricevere consigli su come comportarmi, è stato per me il cambiamento più importante”.
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