Alt al consumo del territorio: "C’è bisogno di alberi e di suolo impermeabile"
"L’Emilia-Romagna dovrebbe diventare un grande laboratorio di depavimentazione e di azzeramento dei consumi di suolo". Paolo Pileri, docente di Pianificazione territoriale ambientale al Politecnico di Milano e scrittore, se ne occupa da una vita: suolo, consumo di suolo ed effetti ambientali ed ecologici. Il suo ultimo libro, edito da Laterza, si chiama ’Dalla parte del suolo. L’ecosistema invisibile’. Pileri non ha dubbi su quella che dovrebbe essere la pianificazione del futuro del nostro territorio, che tra alluvioni e siccità si è mostrato più volte sensibile agli effetti del cambiamento climatico.
Pileri, da dove partire? "Come spesso dico quando vado a presentare i libri ’Votate il sindaco che promette di non fare nulla’. I nostri piani urbanistici sono pieni di promesse di trasformazione: ovvero trasformare suoli liberi capaci di svolgere tutte le loro funzioni ecologiche di adattamento climatico, mentre il cemento fa l’esatto contrario. Così non ne veniamo fuori. Abbiamo l’urgenza incredibile di fermare il consumo di suolo".
Su questo tema c’è molto lavoro da fare secondo lei? "L’Emilia-Romagna è la prima regione d’Italia per cementificazione e purtroppo la provincia di Ravenna è stata per molti anni leader nel consumo di suolo. Le alluvioni hanno aggravato la situazione. Tutte le aree a nord della via Emilia sono inondabili. Significa che sappiamo perfettamente che qualunque impermeabilizzazione in quelle aree peggiorerà il bilancio idrogeologico, aumentando i rischi per persone e imprese. E anche la quantità di soldi con cui poi devi ristorarle".
La soluzione qual è? "L’Emilia-Romagna dovrebbe diventare un grande laboratorio di depavimentazione, visto quello che ha subìto, e di azzeramento dei consumi di suolo. Dovrebbe essere la regione che dà una grande lezione a questo Paese. E non parlo di una semplice transizione verso soluzioni tecnologiche come pavimentazioni drenanti o vernici che riducono la temperatura: la temperatura di un prato al sole è comunque di 10 gradi più bassa di quella dell’asfalto all’ombra. Abbiamo bisogno degli alberi, ma anche di suoli permeabili. I sindaci dovrebbero scorticare la pelle delle città".
E invece? "Il 3 agosto l’Anci, associazione nazionale comuni italiani, ha pubblicato sul suo sito e con fierezza i suoi emendamenti al piano nazionale di ripristino della natura. Dal 18 agosto 2024 esiste un regolamento europeo obbligatorio in Italia che vieta la riduzione delle aree verdi. Se ne è occupato Ispra. Il 3 agosto scorso Anci pubblica il lavoro che ha fatto per demolire il piano. Abbiamo la possibilità di rimettere l’urbanistica su binari corretti, cosa che le forze politiche non sono state in grado di fare, e la stiamo buttando via. Spero che il ministero dell’Ambiente non accolga ciò che dice Anci, che ricalca le parole di Ance, l’associazione nazionale costruttori edili. C’è un problema culturale".
C’è però anche un problema abitativo. Come far coincidere le due esigenze? "Il problema abitativo è presente, è vero. Soprattutto a Bologna è evidente. Non è detto però che debba per forza concretizzarsi nella costruzione di nuove case: possiamo fare politiche di affitto diverse, soluzioni di cui non si parla. I governi milanesi vanno fieri dell’attrattività della città, che però produce uno svuotamento nei piccoli comuni lombardi più lontani dal capoluogo. Questo problema va affrontato anche portando lavoro e di servizi nei piccoli e medi comuni, perché la gente si deve spostare per forza? C’è un lavoro più grande da fare".
Ovvero? "I cugini danesi, ad esempio, vivono in case più piccole delle nostre ma escono tantissimo, i giardini scolastici non hanno recinzioni per essere utilizzati anche da persone del quartiere. Regioni come Emilia-Romagna e Toscana, con una storia di prossimità verso le fragilità, devono aprire la strada a un modello diverso".
Come? "Quello che possono fare i sindaci è non fare più niente, chiedere che ci sia una legge nazionale che fermi il consumo di suolo, chiedere di togliere l’edificabilità dai loro piani. Se dopo un tot di anni un proprietario non ha esercitato l’edificabilità perché non toglierla?"
Se non si cambia rotta a quale futuro andiamo incontro? "Lo vediamo nelle ondate di calore. Le città sono talmente impermabili e calde che la situazione sarà sempre peggiore. Le persone fragili continuano ad aumentare, gli anziani non hanno la possibilità di trasferirsi chissà dove. E l’Italia, dopo il Liechtenstein, è il Paese con più auto per abitante. Molte delle nostre piazze sono concessionarie all’aria aperta e la lamiera moltiplica l’effetto caldo. In autunno col cemento la quantità di acqua piovana non trattenuta dal terreno aumenta di sei volte. E così con 600 millimetri in due giorni si allaga tutto il Ravennate. Lo dissi a Bonaccini: ‘non sa che quelle zone sono a rischio?’ Faenza dovrebbe diventare un grande laboratorio di depavimentazione di questo Paese. O continuerà a finire sott’acqua".
A Faenza l’alluvione ha causato danni gravissimi "Quando vedo le immagini al tg il mio occhio cade anche su taverne, situazioni ai piani bassi in aree che sappiamo che sono alluvionabili. Servono incentivi per liberare sistematicamente quegli spazi. Sono andato a fare sopralluoghi a Imola e Faenza, ho visto condomini edificati negli ultimi 10 anni in aree allagabili e non ci posso credere che li abbiano costruiti".
Che fare ora? "Togliere asfalto e cemento. Generare un tipo di lavoro diverso: imprese di decostruzione, invece che di costruzione. E progettare, in un’ottica di economia circolare, come riutilizzare gli asfalti".
Si parla molto di asfalto drenante. È un’alternativa? "Come si suol dire, piuttosto che niente meglio piuttosto. Però non è proprio la nostra prospettiva. Innanzitutto se l’asfalto drenante arriva da un processo di estrazione minerale vuol dire che alle sue spalle c’è una cava, con relativi problemi ed emissioni. E poi è vero che l’asfalto drenante drena, ma non è totalmente permeabile: si tratta di superfici comunque classificate come suoli consumati. È impermeabile all’80%, forse al 60%: non è l’ambizione che possiamo permetterci. Alcune soluzioni prevedono che sotto la pavimentazione drenante ci sia un sottofondo impermeabile e l’acqua venga convogliata nelle fogne o in un canale: non è un ciclo naturale. Abbiamo bisogno di ridurre le quote di impermeabilizzazione e basta: fermiamoci, facciamo 5 anni sabbatici".