Addio a Sandro Mazzola, leggenda del calcio
Non era solo la storia dell’Inter, ma dell’Italia intera. Perché Sandro Mazzola, icona nerazzurra scomparsa ieri notte all’età di 83 anni dopo una malattia, era il figlio di Valentino. Il capitano del Grande Torino e il simbolo della rinascita di un intero Paese, dopo i dolori della Seconda Guerra Mondiale. E il ricordo di quel padre campione ha accompagnato Sandrino per l’intera sua vita, al punto di volerlo imitare sui campi di calcio trovando nell’Inter quella famiglia capace di fargli superare il tremendo lutto della tragedia di Superga del 4 maggio 1949. «Ci è entrato da ragazzino nell’Inter e non ci è più uscito – così lo ricorda il club nerazzurro–: sulle spalle un fardello pesante, il ricordo di un papà che pareva invincibile. Nel destino, due leggendari nerazzurri che di fatto lo cresceranno, accompagnandolo nel percorso della storia». Ovvero Giuseppe Meazza e Benito Lorenzi: il Peppin l’aveva svezzato calcisticamente, mentre “Veleno” si presentò a Cassano d’Adda per “adottare” lui e suo fratello Ferruccio come mascotte dell’Inter. Fino a diventare quel fuoriclasse capace di vincere tutto con la Grande Inter di Helenio Herrera e poi in Nazionale (70 presenze e 22 reti), tra l’Europeo del 1968 e quel secondo posto al Mondiale messicano del 1970 entrato nella leggenda grazie a Italia-Germani quattro a tre e anche alla famosa staffetta con Rivera.
Classe purissima e fedeltà totale. Sandro Mazzola ha avuto una sola squadra nella sua vita, giocando 572 partite e segnando 162 reti in nerazzurro, fino a una carriera da dirigente in cui brilla l’arrivo di Ronaldo il Fenomeno. Da calciatore ha vinto 4 Scudetti, 2 Coppe dei Campioni e 2 Coppe Intercontinentali. Ma tutto è iniziato in quella Torino dove era cresciuto con papà Valentino: 10 giugno 1961, un 18enne Mazzola scende in campo contro la Juve nella ripetizione della partita rinviata per motivi di ordine pubblico e giocata dai nerazzurri con la Primavera per protesta dopo la mancata vittoria a tavolino. L’inizio di una rivalità feroce, ma anche l’inizio della leggenda di Sandrino che segnò l’unico gol interista nel 9-1 finale e poi non si fermò più fino al 1977, quando salutò tutti con una citazione di Dante: «Vuolsi così colà dove si puote». E ora in quel Paradiso potrà riprendere quella partita al Filadelfia con papà, interrotta 77 anni fa tra le lacrime. Quelle che ora piange tutto il calcio italiano.