Addio a Franco Baresi, capitano e bandiera di un Milan invincibile
Milano, 31 luglio 2026 – Franco Baresi non c’è più. Milano, il Milan e l’Italia intera sono orfani del “capitano” del Milan prima (15 delle venti in rossonero) e della Nazionale poi (dal 1991 al 1994). Una vita con la fascia al braccio, anche quando calciò alto il rigore nella finale di Usa ‘94 persa contro il Brasile.
Perché anche le leggende possono sbagliare un calcio di rigore ma non è da lì che si giudica un giocatore.
- I titoli
- La super difesa
- Da Travagliato a Milanello
- La scalata con Sacchi
I titoli
E Baresi è e resterà una leggenda: 19° nella speciale classifica dei migliori calciatori del XX secolo pubblicata dalla rivista World Soccer, “Milanista del secolo” per i tifosi del suo Milan, tra i migliori 125 del mondo di ogni tempo per sua maestà Pelè. Ma anche il giocatore rossonero più rappresentativo del club, secondo per presenze (719 e 33 reti) al solo Paolo Maldini. Un totem intoccabile, anche negli anni bui della serie B.

Con i rossoneri ha vinto tutto: sei scudetti, tre Coppe dei Campioni, due Intercontinentali, due Supercoppe Uefa e quattro Supercoppe Italiane. Nella bacheca manca solo il Pallone d’oro, per cui Baresi è stato candidato per ben sette volte (dal 1988 al 1990 e dal 1992 al 1995). Senza dimenticare il mondiale vinto a Spagna ‘82, seppur da riserva.
La super difesa
Capitano e leader indiscusso (e silenzioso), con Mauro Tassotti, Paolo Maldini e Billy Costacurta ha composto di una delle più forti linee difensive della storia del calcio mondiale che ha consentito al Milan di stabilire il record di partite consecutive senza sconfitta (58) nei maggiori campionati nazionali d’Europa.

Franco Baresi, il capitano
Da Travagliato a Milanello
Non male per quel ragazzino che, rimasto orfano a 14 anni, si fa notare nell’Aurora Travagliato, società del paese bresciano dove risiede. La stoffa c’è ma non basta: a 12 anni arriva il provino per l’Inter, che aveva già reclutato il fratello maggiore Giuseppe. Ma non va per via della struttura gracilina.
Italo Galbiati lo invita a provare con il Milan: sarà amore per tutta la vita.
Il suo primo allenatore, Beppe Marchioro, intuisce le qualità del piscinin, il piccolino, come lo battezza l’allora massaggiatore dei rossoneri, Paolo Mariconti.
“Questo ragazzo farà strada”, profetizza capitan Gianni Rivera. E così sarà. Nils Liedholm sacrifica Turone e affida a lui il ruolo di libero al giovane Franco che lo interpreta subito in chiave moderna con sortite offensive. Questo gli valse il soprannome di Kaiser Franz, ovvero il Beckenbauer italiano.
La scalata con Sacchi
Con Arrigo Sacchi e la zona Baresi diventa il perno inscindibile di una squadra e di un sistema di gioco rivoluzionario. C’è qualcosa del calcio totale olandese, a cui il tecnico di Fusignano aggiunge pressing e propensione offensiva costante.
È pietato come una belva, tanto che pare indemoniato
Franco Baresi in quel sistema ci va a nozze perché, come aveva scritto anni prima Gianni Brena, il piscinin è “spietato come una belva, tanto che pare indemoniato” quando si tratta di cacciare il pallone.
Franco Baresi era e resterà tutto questo. E molto di più. Il capotano ha ammainato la bandiera ma rimarrà un’icona con quella fascia al braccio. Rossonero, azzurro, di tutti noi amanti di un calcio che forse non c’è più ma che resta per sempre nei nostri cuori. Nella storia.