Addio a Dolly Parton, la regina del country che ha fatto splendere il sogno americano

La cantante è morta a 80 anni: ha incarnato l’essenza di quell’America interna, povera ma fiera, dimenticata forse ma viva, eclettica nel suo essere tradizionalista

Il rock ha avuto molte regine, il country una sola. Dolly Parton è morta martedì 25 agosto a 80 anni e sulle sue Somoky Mountain soffia il vento triste d’autunno, ma anche a Hollywood e Las Vegas le stelle brillano di meno. 

L’annuncio è arrivato attraverso il profilo Instagram dell’artista, con un video del nipote Bryan Seaver. L’anno scorso, la salute della cantante era finita al centro dell’attenzione mediatica, dopo che Parton aveva cancellato una serie di concerti previsti a Las Vegas. 

Dall’Europa è impossibile capire fino in fondo cosa rappresenti la country music per gli Stati Uniti e quanto Dolly Parton abbia incarnato l’essenza di quell’America interna, povera ma fiera, dimenticata forse ma viva, eclettica nel suo essere tradizionalista. Lei, con la sua parrucca bionda, il seno prorompente stretto in un corpetto di lustrini e il trucco pesante l’ha cantata per più di sessant’anni, in quarantotto album e un’antologia da oltre tremila canzoni.

E subito ha spiegato al mondo di non farsi ingannare da quell’immagine da Dumb blond – bionda scema – perché, come cantava già a vent’anni nel 1966, «Non provare a farmi sentire dispiaciuta per te. Solo perché sono bionda non pensare che sia scema, perché questa bionda scema non è stupida».

Come tutte le stelle, da Marylin a Marlene fino a Madonna, anche Dolly del cognome ha smesso di avere bisogno presto.

Con le sue unghie laccate e sempre portate lunghissime suonava la chitarra e anche il banjo, con una tecnica solo sua ammirata dai migliori chitarristi che non si spiegavano come facesse a premere le corde. Così ha cantato la sua vita e quella di chi la circondava.

Ha raccontato del cappotto multicolore che sua madre le aveva cucito da bambina, la quarta di dodici figli nel Tennessee rurale, con gli avanzi di stoffa regalati, perché la sua famiglia era troppo povera per potersene permettere uno nuovo. Quel Coat of many colours lo indossava anche quando ascoltava le canzoni che il vecchio Apple Jack le cantava, accompagnandosi con il suo banjo mentre lei lo seguiva con il tamburello. Memorie malinconiche ma sorridenti di un’America meno cattiva e più felice, che Dolly Parton ha raccontato perché «venendo dalla campagna parlavo con tutti», e tutti le lasciavano un pezzo di vita.

I will always love you

La sua è stata una musica di melodia e di racconto, che ancora è oggi è il metro con cui si misurano le artiste non solo country ma anche pop: cantare la cover di Jolene, il suo brano forse più famoso che è la lettera di una moglie all’amante del marito – Jolene appunto – in cui le chiede di non portarle via l’uomo che ama. 

Storia vera, raccontata come aneddoto in centinaia di interviste: Jolene, chioma fulva e occhi smeraldo, era la cassiera in banca dove il marito Carl andava a versare lo stipendio ed è diventata l’icona di tutte le seduttrici inconsapevoli. La cover è nel primo album country di Beyoncé, ma è soprattutto il rito di passaggio di tutte le ambiziose stelline del pop. Però ne ha consacrata davvero solo una: Miley Cyrus, di cui Parton è anche madrina di battesimo.

E questo non è l’unico grande regalo che ha fatto alla musica. Il secondo ha fatto piangere il mondo nel 1992, cantato con la voce di un’altra stella, anche lei senza bisogno di cognomi. Il film era The Bodyguard, le corde vocali quelle di Whitney Huston, il brano I will always love you, che proiettano la pellicola e la cantante nel paradiso degli indimenticabili.

Eppure quella che con Whitney è diventata una canzone intensa e struggente su un amore finito, nel 1973 era una ballata country dolce amara scritta non per amore, ma per gratitudine. Ha raccontato Dolly che quel brano lo scrisse di getto per il suo collega e mentore Porter Wagoner: lei stava per lasciare il suo show perché si sentiva pronta per intraprendere una carriera da solista, ma sentiva il bisogno di ringraziarlo per tutto quello che aveva fatto per lei, spiegandogli che se lei fosse rimasta con lui lo avrebbe solo intralciato, ma che gli avrebbe voluto bene per sempre e avrebbero sempre condiviso bellissimi ricordi insieme.

Proprio la gestione di questo brano ha fruttato a Dolly – oltre che ricchissimi diritti d’autore – anche il soprannome di “farfalla di ferro”. Il brano, infatti, aveva raggiunto la vetta della classifica country e Elvis Presley voleva farne una cover, ma con la clausola che gli fossero garantiti la metà dei diritti della canzone e Dolly diventò l’unica donna a dire no al re del Rock. Una scelta coraggiosa, che venne ripagata vent’anni dopo.

Le sirene del Pop

Eppure, non c’è stato solo il country. L’impero di Dolly è stato costruito sulle ali di una artista capace di tutto.

Negli anni Ottanta, infatti, anche per lei si sono accese le luci di Hollywood e le sirene del pop: primo tentativo, prima nomination al Golden Globe e prima hit, con il debutto da attrice a fianco di Jane Fonda in Dalle 9 alle 5, di cui Dolly scrisse anche la colonna sonora. L’incipit: l’iconico sfregare tra loro delle sue unghie laccate. Poi sono arrivati i parchi divertimenti: Dolywood nel Tennesees, il parco acquatico Dollywood’s Splash Country e la catena di teatri-ristorante Dixie Stampede. Quello di Dolly è stato il primo vero impero commerciale nato da una carriera musicale, costruito con investimenti oculati e meticolosa cura del proprio talento artistico.

Un talento talmente conclamato che nel 2022, è stata la prima cantante country ad entrare dalla porta sacra del rock, con la nomination per la Rock and Roll Hall of Fame. In perfetto stile Dolly, aveva rifiutato la candidatura dicendo di non sentirsi degna del riconoscimento e di non voler togliere voti agli altri candidati. Invece, la vittoria è stata sua e lei la ha accettata a suo modo: a 76 anni è salita sul palco con un completo di pelle e la chitarra elettrica, a suonare non uno dei suoi mille successi ma una canzone rock da lei composta per l’occasione: «Sono rock da quando sono nata e lo sarò fino a quando no non me ne andrò. Ho anche del rock nella mia anima country».

Oltre il mito

Non ci sono state però solo le luci del palcoscenico. È stata una bambina cresciuta con pochi mezzi ma molti sogni e da adulta non se ne è mai dimenticata.

Nel 1995 ha lanciato la Libreria immaginaria di Dolly Parton, dedicata a suo padre che non sapeva né leggere né scrivere e nata per ispirare l’amore per la lettura, regalando libri ai bambini dalla nascita fino all’età di cinque anni in Canada, Stati Uniti, Australia, Regno Unito e Irlanda. «Ci sono bambini nelle nostre comunità con i loro sogni. Sognano di diventare dottori, inventori o ministri, forse c’è anche una bimba che sogna di diventare una scrittrice o una cantante. I semi di questi sogni si trovano spesso nei libri e questi semi io aiuto a piantarli nelle nostre comunità, per farli crescere in tutto il mondo», ha spiegato. E in trent’anni, Dolly ha regalato 300 milioni libri e altrettanti sogni a tre milioni di bambini in giro per il mondo.

Anche la scienza le è in qualche modo debitrice. Nel 2020, la star ha donato un milione di dollari per sostenere la ricerca per lo sviluppo del vaccino Moderna contro il Covid e nel 1997, ha dato il suo nome alla pecora più famosa del mondo: Dolly, il primo animale clonato e chiamato così dagli scienziati perché per clonarla avevano usato le ghiandole mammarie e l’immagine della cantante è inscindibilmente legata al suo seno prorompente. Lei, con la consueta ironia, ha commentato di essere «onorata» per l’omaggio ma «preferirei non essere clonata anche io».

L’eredità

Cantante polistrumentista e diva iconica, Dolly Parton ha incarnato il lato luminoso del sogno americano: è stata la ragazza di provincia che ce l’ha fatta, costruendo il suo successo sul talento. Donna in un genere conservatore come il country, è stata capace di costruirsi un’immagine rassicurante ma allo stesso tempo rivoluzionaria: appariscente nella sua bellezza di plastica senza però mai diventare caricatura; diva miliardaria e autonoma in un universo di uomini; moglie per sessant’anni («mio marito è l’unico ad avermi visto senza parrucca») e senza mai uno scandalo e sostenitrice della comunità Lgbt.

Nella sua canzone The grass is blue canta di dover trovare un modo per sopravvivere dopo un addio e che l’unico modo è convincersi di cose non vere. «Sto benissimo e non mi manchi, e il cielo e verde e l’erba blu». Da oggi anche noi dovremo provare a fare lo stesso.

© Riproduzione riservata