A tu per tu con Loli Bahia la cover star di Harper's Bazaar Italia issue 31 ADORAZIONE

Tutti vorremmo essere Serpeverde: sono i più tosti. Però credo di essere Grifondoro». Loli Bahia ama giocare. Letteralmente. Ha iniziato da bambina con i videogiochi Nintendo, poi ha smesso, per riprendere quando è andata a vivere per conto suo, in un periodo in cui si sentiva «molto sola e un po’ triste». Oggi, «mentre aspetto l’uscita di GTA 6, quelli che preferisco sono Call of Duty e Hogwarts Legacy». Da qui la mia domanda sulle case della scuola di Harry Potter. Nella sua risposta c’è già un’etica: l’opzione più affascinante soppesata, poi scartata per quella che sente sua.

Loli ama anche dormire. La sua giornata ideale comincia tardi, con un pasto tra colazione e pranzo – «qualcosa di salato, una specie di brunch» – e un pisolino. Poi fuori con gli amici: una mostra, il lancio di una rivista, «un po’ di cose qua e là», un drink e di nuovo a casa, senza FOMO. «Mi piace stare a casa. Mi piace Parigi. Ho le mie abitudini e mi mancano quando sono via». Non è esattamente la routine che ci si aspetterebbe dal volto francese più richiesto del momento. Loli ha ventitré anni. La moda l’ha scoperta quando ne aveva sedici, a Lione, e da allora non ha più smesso di guardarla. La parola che ricorre quando oggi si parla di lei è “icona”. Vale la pena ricordare cosa significasse in origine: un’immagine destinata alla venerazione, dorata, frontale, silenziosa, irraggiungibile. La distanza era parte del suo potere. Loli, invece, è un’icona ad altezza di sguardo. Differenza spiccatamente generazionale: se le dee della moda, fino a poco fa, vendevano un ideale inaccessibile, lei comunica altro. Le sopracciglia possono crescere indomite. I vestiti sono comodi, effortless. Ci sono i sonnellini pomeridiani. C’è la PlayStation. L’unica eccezione è la più interessante di tutte: anche un lavoro “da sogno” ha un orario d’ufficio. Infatti, fare la modella resta, prima di tutto, un mestiere. «Un lavoro per cui sono immensamente grata. Ma, alla fine, è un lavoro, non definisce chi sono. In realtà non ho mai avuto una passione per la moda». Curiosità, sì. Interesse, anche. Ma se un giorno dovesse lasciare questo mondo «probabilmente non continuerei nemmeno a seguire le sfilate». Più che distacco, lucidità: solo chi resta leggermente ai margini di un sistema riesce a vederlo nella sua interezza.

Il mito che ha ereditato lo vede con chiarezza. «Kate, Naomi… avevano quell’immagine quasi divina. Sempre perfette, sempre glamour, praticamente intoccabili, come appartenessero a un altro mondo». Essere una dea era un’occupazione a tempo pieno. La sua generazione si è dimessa da quel ruolo. «Sono una modella, ok. Ma non vivo attraverso l’estetica dell’industria. Non penso di fare chissà cosa. Non c’è un intento dietro. Semplicemente, sono». Da adolescente ci pensava di più, sperimentava con il trucco, si lisciava i capelli ogni giorno. Paradossalmente, la moda le ha fatto passare quella voglia, un po’ per sfinimento. «Quando non lavoravo, volevo solo essere il più normale e semplice possibile». Il suo rapporto con questo mondo si riassume in un «Mi piace, però». Quel “però” la svela più osservatrice che devota.

Sul set con Inez e Vinoodh Loli diventa una performer. Nulla è improvvisato, e le richieste passano dal mettersi in movimento al mantenere una perfetta immobilità. «Un’esperienza pazzesca… molto più costruita, molto più controllata, sia nell’estetica che negli abiti». Dentro quella struttura prende vita una galleria di icone da incarnare: Yves Saint Laurent, Agnès Varda, Madonna, Björk, Cher, Candy Darling, Diamanda Galás, La Gioconda. Più che riferimenti, diventano personaggi da abitare.

L'elenco rifiuta qualsiasi gerarchia. Un couturier accanto a una regista, un'attrice a fianco di un dipinto, due cantanti trasformiste si incontrano - e quello che le tiene assieme, più che la fama, è la riconoscibilità. Ognuna di loro è stata ridotta, nel tempo, a una serie di simboli che possono essere scelti e indossati: un paio di occhiali e un abito scuro, un taglio di capelli, uno sguardo, un gesto. Le icone un vantaggio ce l’hanno: arrivano già cariche di significato, ci sembra di conoscerle da sempre. Bastano una silhouette, uno sguardo, e il riconoscimento fa il resto. «Sul set mi davano indicazioni molto precise, mi piace reagire a quello che mi viene chiesto. Anche perché nel momento in cui sei davanti alla macchina fotografica, sei comunque tu. Sei tu che interpreti il personaggio». Le immagini, in fondo, nascono sempre da un dialogo. L’autorialità è condivisa, ed è questo a rendere il mestiere della modella una pratica creativa a tutti gli effetti.

La moda è il lavoro – creativo, ma sempre lavoro – mentre Parigi è la vita. «Avevo provato a trasferirmi tre volte e ogni volta ero tornata indietro». Cos’è cambiato? «Ho iniziato a prestare attenzione alle persone intorno. È così che ho conosciuto i miei amici più cari».
Casa non è tanto un luogo quanto una geografia affettiva. Gli amici. La sua agente («una delle prime persone che chiamo quando succede qualcosa») e sua madre, a cui è molto legata e che rappresenta una figura fondamentale nella sua vita e nel suo percorso di crescita personale. «Sono le persone che ci sono qui a far diventare Parigi casa». Mi viene in mente un passaggio del libro Love in Exile, in cui Shon Faye scrive che l’amicizia e la comunità, che ci hanno insegnato a considerare una semplice preparazione all’amore romantico, possono invece bastare a sostenere un’intera esistenza. La Parigi di Loli sembra costruita esattamente su questa idea.

Anche la fama viene tenuta a debita distanza, è qui che l’icona ad altezza di sguardo si guadagna, concretamente, l’aggettivo “sana”. Le dee della moda non avevano un interruttore: essere adorate era un turno che non finiva mai. Loli difende il suo diritto a una sorta di 9 to 5. La visibilità è «bella, emozionante, gratificante. In fondo è anche il risultato del lavoro che fai». Ma è anche qualcosa che può diventare invasivo. «Sono molto riservata quando si tratta della mia vita privata, e tutto questo può esserlo troppo». Così stabilisce confini, senza giustificarli. Forse è questo il messaggio più prezioso, soprattutto per i giovanissimi che si affacciano a quel mondo: si può dovere al pubblico la propria immagine senza dovergli anche le proprie serate. «È divertente. Finché non lo è più».

Se la moda non è una passione, allora cosa potrebbe esserlo? «Non lo so ancora». Quest’anno ha lavorato meno, per concedersi momenti da «persone normali». La domanda non se l’era mai posta, perché nel suo mestiere tutto succede in fretta. «Quando entri in questo settore sei giovanissima. Non c’è tempo per farsi domande. Ti ritrovi dentro e basta. Oggi ho la fortuna di avere lo spazio e le possibilità economiche per chiedermi cosa voglio fare. Non tanto quale sarà il prossimo passo, quanto piuttosto: che cosa mi piace davvero?». Suggerisco che a volte anche gli errori hanno un valore, ma «non mi piace prendere strade sbagliate». Quella che ha, in compenso, è una forma di conoscenza di sé più rara dell’ambizione: «Vorrei semplicemente essere felice». Penso a come me l’avevano descritta – “Loli is such a vibe!” – e capisco che questa leggerezza viene anche dal fatto che non ci pensa troppo: le cose vengono così, se le lasci arrivare. Un certo je-m’en-foutisme. «Sì. Ce l’ho da quasi tutta la vita».

Sorride, felice, quando le chiedo del resto della sua giornata, dopo l’intervista. «Parto, una vacanza». Un lungo viaggio, la valigia ancora completamente vuota, ma non se ne preoccupa minimamente. «La faccio sempre all’ultimo minuto. Metterò dentro un po’ di tutto e via» (la preoccupa di più che quella sera la Francia giocherà – e perderà – ai Mondiali con lei ancora per aria: «Aspetterò di atterrare per vedere la partita, cercando di evitare spoiler»). Le chiedo come trascorra le ore durante i voli. Per me quelle sospese delle tratte intercontinentali sono libri che porto e non leggo, film che inizio e non finisco, quaderni che riempio di pensieri e non riapro mai. Una specie di introspezione ad alta quota, terapia senza terapeuta. «Assolutamente». A volte la sua soluzione è il sonno, «perché non ho voglia di pensare né di intrattenermi. Oggi no, ho un sacco di energia». Il programma è: Game of Thrones, snack e, probabilmente, qualche lacrima. «Piango molto facilmente. Gli aerei hanno questa capacità di rendermi particolarmente emotiva». Il wi-fi non lo compra quasi mai: «Preferisco restare completamente disconnessa». E porta la mia diagnosi alla sua naturale conclusione: «Quando sono in aereo mi sembra di avere la risposta a tutto. Poi atterro e non è più così».

Ci salutiamo. Me la immagino in volo, tra una puntata della serie e una lacrima facile. Da qualche parte sopra l’oceano, per qualche ora ancora, avrà tutto chiarissimo. Poi – per fortuna? – no.

«Un’esperienza pazzesca… più costruita, sia nell’estetica che negli abiti».

In alto, una foto della cover story LOLI MOLTIPLICATA di Harper's Bazaar Italia issue 31 ADORAZIONE, in edicola dal 27 agosto. LOLI COME BJÖRK. Cantautrice, artista e presenza aliena. Cantando, sperimentando e giocando secondo le proprie regole, sposta sempre più in là i confini di ciò che la musica può essere. Body, abito, tutto MARJAN PEJOSKI, Collana Tubogas in oro rosa, ametista e pavé di diamanti, bracciali Parentesi Tubogas in oro giallo e pavé di diamanti, bracciali Tubogas in oro giallo, tormalina, madreperla, pavé di diamanti e in oro rosa, tanzanite, turchese e pavé di diamanti, tutto BVLGARI.