“A New Dawn”, una stupenda animazione mostra l’alba effimera tra progresso e tradizione - Bergamonews
Il film della settimana
26 luglio 2026 | 19:21
La storica fabbrica di fuochi d’artificio Obinata rischia lo sfratto a causa di un progetto di riqualificazione urbana. Keitaro Obinata, cresciuto lì, lotta da solo per completare i leggendari fuochi d’artificio fantasma Shuhari, al posto del padre scomparso
Titolo: A New Dawn
Titolo originale: Hanarokushō ga Akeru Hi ni
Regia: Yoshitoshi Shinomiya
Paese di produzione / anno / durata: Giappone, Francia /2026 / 76 min.
Sceneggiatura: Yoshitoshi Shinomiya
Fotografia: Anna Tomizaki
Montaggio: Megumi Uchida
Musica: Shuta Hasunuma
Cast: Riku Hagiwara, Kotone Furukawa, Miyu Irino, Takashi Okabe (voci originali)
Produzione: Asmik Ace, Miyu Productions, Studio Outrigger
Distribuzione: Animagine
Programmazione: UCI Cinemas Orio, Arcadia Stezzano, Treviglio Anteo SpazioCinema
Un’arte e un’animazione nel segno della bellezza, da riscoprire in quanto tale, come tradizione che si fa modernità e che sopravvive ad una ricerca di progresso e di conflitto ad ogni costo. Un’alba effimera di bellezza è quella di “A New Dawn”, primo lungometraggio di Yoshitoshi Shinomiya, al cinema dal 23 al 29 luglio.
Il regista, animatore e direttore della fotografia nella scena del flashback di “Your Name” di Makoto Shinkai, porta la sua formazione pittorica, derivata dalla tradizione giapponese, in un lungometraggio che vede la società confrontarsi con il proprio passato, le proprie tradizioni e la propria memoria, dove lo sguardo verso il futuro non è per forza migliorativo. Permane sempre una sorta di malinconia di fondo nella strenua lotta di Keitaro Obinata (voce originale di Riku Hagiwara) che, nel resistere allo sfratto della storica fabbrica di fuochi d’artificio di famiglia, cerca di portare a termine lo Shuhari, il fuoco che rappresenta l’armonia dell’universo. Ad aiutarlo a portare a termine questo compito, ricordo del padre scomparso (Takashi Okabe), è Kaoru (Kotone Furukawa), sua amica d’infanzia, mentre il fratello maggiore Sentaro (Miyu Irino) li avvisa della scadenza dello sfratto, prima di decidere di assisterli nel completamento del piano.
Una tradizione decadente, quella degli “hanabi”, che cerca comunque di sopravvivere tra le macerie, una bellezza temporanea, effimera, che diventa simbolo della memoria delle tradizioni, memoria di un’arte che si oppone alla cementificazione ed alla gentrificazione.
Un impianto resistente che non abbandona mai una malinconia di fondo, ultimo tentativo di resistenza che è ultimo passo di una storia di formazione che vede un’evoluzione inevitabile. Un movimento personale e collettivo che è essenza stessa dello Shuahari. Il nome ricorda infatti anche un principio delle arti marziali: “shu” indica una prima fase di protezione ed apprendimento, “ha” indica la rottura, mentre “ri” è la definitiva separazione. Un principio che canalizza l’insegnamento, punto centrale che deve essere infranto per portare ad altro.
Un percorso segnato che stride con la bellezza dello Shuhari, una pioggia di colori, con contrasti vivaci, punto estremo del climax che segna il lungometraggio di Toshitoshi Shinomiya, Una bellezza che nasce dalla resa pittorica dello stile utilizzato, con linee delicate dell’animazione a mano che incontrano anche la stop motion, la clay animation (animazione in plastilina) ed altre tecniche analogiche, tutte accomunate da una meravigliosa colorazione ad acquerello.
Un’animazione capace di rendere al meglio la “nuova alba” del film, che trae linfa dai colori dei fuochi d’artificio, in particolare con la loro pioggia di colori sul finale che è una meraviglia per gli occhi. Una resa visiva ricercata, in dialogo anche con la funzionale scena in stop motion (a mostrare il piano ideato per salvare la fabbrica), diretta da Victor Haegelin (anche animatore di “ParaNorman”).
L’abilità del regista nell’animazione si scontra però con una sceneggiatura ancora un po’ acerba, che pesca a sua volta dalla tradizione dell’animazione giapponese, affrontando diversi temi senza mai sviscerarne i punti contraddittori (si veda, ad esempio, la tematica dei social media).
Rimane comunque la bellezza di un’animazione dai colori acquerello, un’animazione delicata che non cerca lo scontro con la modernità, ma reclama comunque un proprio posto, traduzione visiva dell’importanza delle tradizioni e delle memorie, che non demonizzano l’evoluzione, ma che rivendicano il proprio ruolo. Così come fa l’animazione, che parla ad ogni età e che, indirettamente, ritrova nella sala cinematografica il luogo d’elezione in cui esprimersi compiutamente.
