34 milioni di pasti salvati, un adesivo verde e la rivoluzione silenziosa del cibo invenduto
Milano, davanti a una pasticceria, un adesivo verde che nessuno aveva mai visto prima. È da lì, da un bollino appiccicato su una vetrina qualunque, che comincia la storia di Mirco Cerisola con Too Good To Go, molto prima che diventasse Country Manager Italia dell'azienda danese che ha trasformato lo spreco alimentare in un'abitudine quotidiana per milioni di persone. Non un pitch da investitore, non uno studio di mercato: un pezzo di plastica verde, la curiosità di chi lavorava già nel food, e la sensazione, rara, di aver trovato qualcosa che ancora non esisteva nella propria testa.
Un adesivo verde e un'ossessione che nasce per caso
Era il 2019, forse l'inizio del 2020. Cerisola girava per ristoranti a Milano, il tipo di lavoro che ti fa conoscere ogni angolo della città meglio di chi ci è nato. In quegli anni i bollini dei delivery erano ovunque, incollati su porte e vetrine con la stessa logica ripetitiva: un altro colore, un altro logo, un'altra app. Poi, un giorno, quel verde diverso.
"Vedo un adesivo verde che non avevo mai visto: ma cos'è questo nuovo player, un'altra app?", racconta a Money Vibez Stories. La reazione, però, non è stata la solita alzata di spalle riservata all'ennesima startup del food delivery. È stata curiosità pura, quella che spinge a cercare online, a leggere, a capire. "Appena ho capito l'idea, me ne sono innamorato", dice Cerisola. "Mettere insieme il mondo tech e food tech con una missione completamente sostenibile: una cosa che non avevo mai visto."
Non si è fermato alla scoperta. L'ha testata di persona, con un supermercato e con una pasticceria, prima ancora di sapere che ci avrebbe lavorato. E quando ha scoperto che in Italia era aperta una posizione, non ha esitato: "Volevo provare a entrare a tutti i costi." Nella selezione c'era una domanda che ancora oggi ricorda con un sorriso: come affronti lo spreco ogni giorno, a casa tua?
Lui, ligure di Sestri Levante, ha risposto da buon ligure: il piatto, di solito, deve essere vuoto alla fine del pranzo. E poi ci sono le ricette antispreco tramandate in famiglia, come i ripieni liguri, pensati apposta per usare la verdura che rischia di andare buttata. Ha messo dentro quella risposta un pezzo del suo background, della sua Liguria, della sua famiglia. Ed è entrato.
Un buffet universitario in Danimarca, un mondo senza spreco
Per capire perché Cerisola si sia innamorato così in fretta di un'idea, bisogna tornare all'origine di Too Good To Go, che non nasce in un consiglio d'amministrazione ma in un buffet universitario danese, tra un gruppo di amici che si conoscevano da tempo. Guardando quanto cibo finiva buttato ogni giorno in quella mensa, si sono fatti una domanda semplice: possiamo usare la tecnologia per risolvere questo problema? Da lì è nata una visione che oggi è diventata lo slogan dell'azienda: un mondo senza spreco alimentare.
L'app arriva in Italia ufficialmente nel marzo 2019, prima a Milano, dopo che nel 2015 e nel 2016 il progetto aveva già preso forma in Danimarca. Oggi Too Good To Go è presente in oltre venti Paesi, ma la scintilla resta sempre la stessa: uno spreco osservato da vicino, la sensazione che con gli strumenti giusti si potesse fare qualcosa di concreto.
Il bancone della pasticceria alle sette di sera
Chi non ha mai usato Too Good To Go fatica a capire come funzioni davvero, e Cerisola lo spiega partendo da un'immagine molto precisa: il bancone di una pasticceria durante la giornata, pieno di bomboloni e cornetti. Con il passare delle ore, la probabilità che quel cibo diventi spreco cresce. "Quando alle sette si vede un bancone bello pieno di prodotti fantastici, vuol dire che la giornata sta per finire, e quei prodotti il giorno dopo non li prenderà più nessuno."
È esattamente in quel momento che entra in gioco il modello di Too Good To Go. L'azienda inizia a collaborare con l'esercizio commerciale, che mette a disposizione l'invenduto dentro quella che nel gergo dell'app si chiama "sorpresa" (o "magic bag", per usare il termine internazionale): il cliente non sa esattamente cosa troverà, e in questo sta parte del gioco. Se va in pasticceria, troverà dolci; se va al panificio, pane; se va al supermercato, un mix più eterogeneo. Prenota tramite l'app, poi passa a ritirare di persona.
Il vantaggio per chi acquista è concreto: si risparmia fino a due terzi del valore pieno del cibo. Un pacchetto che a prezzo intero varrebbe quindici euro, ad esempio, può arrivare a costarne cinque, restando comunque buono: semplicemente, quel giorno lì, era rimasto invenduto. Per il negoziante, invece, significa recuperare almeno parte dei costi di produzione, invece di buttare tutto. Il modello economico di Too Good To Go si attiva solo nel momento della transazione: quando l'utente acquista effettivamente la sorpresa, l'azienda trattiene una piccola parte, il resto va al punto vendita partner. Nessun canone fisso, nessun costo per stare semplicemente sull'app: il guadagno, per tutti, arriva solo se lo spreco viene davvero evitato.
Ventiseimila negozi e la fiducia costruita uno per uno
Dietro l'apparente semplicità dell'app c'è una rete fatta di persone, non solo di codice: in Italia Too Good To Go lavora oggi con circa 26mila negozi, alcuni arrivati spontaneamente, altri contattati direttamente dall'azienda nelle città dove serviva crescere. Con ciascuno di loro, racconta Cerisola, viene avviato un percorso di formazione: si spiega cosa serve perché l'esperienza funzioni bene sia per il cliente sia per l'esercente, e ci si assicura che tutto ciò che finisce in una sorpresa sia davvero consumabile. "Per noi è fondamentale che l'esperienza sia positiva anche per il punto vendita, perché alla fine quella persona entra nel negozio e vive prima di tutto l'esperienza del negozio."
C'è poi un secondo fronte, meno visibile ma altrettanto importante: la confusione, ancora oggi diffusissima, tra "scadenza" e "da consumarsi preferibilmente entro". A livello europeo, secondo Cerisola, il dieci per cento dello spreco alimentare nasce proprio da questo fraintendimento: le persone non sanno che l'indicazione "preferibilmente entro" riguarda le caratteristiche organolettiche del prodotto, non la sua sicurezza. Per affrontare il problema, Too Good To Go ha lanciato un progetto specifico, "Etichetta Consapevole" (Look, Smell, Taste), oggi attivo in 15 Paesi, con più di 500 brand alimentari coinvolti e circa sei miliardi di prodotti l'anno che portano quella dicitura. Il messaggio è disarmante nella sua semplicità: dopo la data di preferibile consumo, basta annusare, assaggiare, guardare il cibo per capire se è ancora buono.
È un tema che a Cerisola sta particolarmente a cuore, tanto da applicarlo in casa da anni: "Sto lavorando su mia madre da dieci anni." Dietro la battuta, c'è una riflessione più seria su un'intera generazione cresciuta nel pieno del boom del benessere, quando lo spreco non era percepito come un problema. Oggi, dice, non possiamo più permettercelo: più della metà dello spreco alimentare avviene proprio dentro le case, ed è lì che secondo lui si gioca la partita più importante. Le sue strategie personali sono semplici: non fare la spesa a pancia vuota, usare il freezer come alleato, recuperare pane raffermo e verdure con le ricette di famiglia. "Riuscire a spiegare alle persone come, con dei piccoli gesti, si possa fare una grande differenza fa parte della missione", spiega. "Dobbiamo essere una vera azienda anche nell'insegnare come le persone possono fare la differenza nella vita di tutti i giorni."
Da Fabriano a Copenaghen, passando per Svezia e Germania
Il percorso professionale di Cerisola non nasce nel food tech. Cresciuto a Sestri Levante, studia all'università di Genova, poi si sposta a Fabriano, nelle Marche, città che identifica scherzosamente con due sole cose: la cartiera e la famiglia Merloni Indesit. È lì che muove i primi passi nel marketing. Da quel momento inizia un pendolarismo continuo tra la Liguria e Milano, "tanti treni", finché non entra nel mondo tech, prima nell'insurtech, poi nel fintech.
Ciò che lo appassiona fin da subito, dice, sono due cose: la possibilità di vedere realtà capaci di crescere e scalare in fretta, e il lavoro con le persone, che sia in ruoli commerciali o a contatto diretto con i partner. Nel 2020 approda a Too Good To Go come responsabile commerciale per il mercato italiano, contribuendo a far crescere insieme al team quella rete che oggi conta 25-26mila punti vendita. Da lì, due tappe internazionali segnano il percorso: prima la Svezia, mercato radicalmente diverso da quello italiano.
"L'Italia è iperframmentata, mentre in Svezia c'è una forte concentrazione intorno alle grandi città", spiega Cerisola. "Ho dovuto cambiare approccio, anche culturale: come si contattano i negozi in Italia è molto diverso da come si fa in Svezia. In Italia serve davvero la presenza fisica, capire che per un negoziante iniziare a lavorare con un'app è un cambiamento culturale importante. In Svezia basta mandare una mail."
Poi arriva la Germania, "un Paese un po' più giovane" dal punto di vista del mercato, dove il potenziale gli appare enorme fin dall'inizio. Il rientro in Italia coincide con un momento personale altrettanto significativo: nel 2022 nasce la sua prima figlia, e proprio in quel periodo gli viene proposto il ruolo di Country Manager Italia, che ricopre tuttora.
Alla domanda se abbia ancora senso, oggi, lanciare qualcosa di nuovo nel mondo delle app, in un mercato che sembra già saturo di tutto, Cerisola risponde partendo dalla dimensione del problema che Too Good To Go ha scelto di affrontare: centinaia di migliaia di punti vendita in Italia, tra supermercati, panifici, pasticcerie, macellerie, hanno cibo che rischia di diventare spreco.
"Il mercato deve essere un oceano", dice. L'altro elemento decisivo, secondo lui, è la capacità di tenere insieme digitale e fisico: da un lato l'app, dall'altro il panettiere di un piccolo comune di mille abitanti che magari conosce l'app ma non ha tempo per gestirla, e che va coinvolto parlando il suo linguaggio. "Un modello moderno deve tenere insieme tutti i valori: quello economico, quello ambientale, quello sociale. Non devono andare distinti: devono correre sugli stessi binari."
Il batterista che teneva il ritmo
C'è un capitolo della vita di Cerisola che raramente entra nei profili aziendali, ed è quello con cui lui stesso, se lasciato libero di raccontarsi, sceglie di aprirsi di più. Da bambino, intorno ai dieci anni, inizia a suonare la batteria nella banda musicale del paese. Quello che comincia come un piccolo impegno da studiare qualche anno diventa una passione vera: per una buona parte della sua vita, dice, è stato prima di tutto un musicista. Ha studiato batteria a lungo, tra rock e jazz, ha suonato in diverse band con gli amici fino all'università, ha provato anche a guardare verso il mondo discografico. Poi ha scelto management, per affacciarsi al mondo dell'economia e del business, ma la musica non lo ha mai davvero lasciato.
Ed è proprio dalla batteria che arriva una delle immagini più nitide di tutta la conversazione, quando gli si chiede cosa abbia in comune con il lavoro di oggi. "Il batterista è quello che tiene il ritmo", dice. "E il batterista jazz è quello che non solo tiene il ritmo, ma permette alle altre persone di improvvisare, di variare sul tema." È una metafora di leadership che gli somiglia: non la figura che sta davanti e decide da sola, ingombrante, ma chi costruisce una struttura solida e lascia che gli altri si esprimano dentro quella cornice, a volte più veloce, a volte più lenta, ma sempre in tempo.
Peccato, sorride lui stesso, che nella sua agenda settimanale di oggi non ci sia più spazio per la musica: sono passati due anni e mezzo dall'ultima volta che ha suonato con costanza. Un desiderio rimasto in sospeso, tra il lavoro e una famiglia che vive a duecento chilometri di distanza.
Sestri Levante, Milano, e l'equilibrio che non è mai scontato
Da dodici anni Cerisola lavora a Milano, mentre la sua famiglia, moglie e due figli di tre anni e mezzo e di un anno, vive a Sestri Levante. È un equilibrio che lui stesso descrive come tutt'altro che semplice, reso possibile, dice, anche dalla cultura aziendale di Too Good To Go: "Aver trovato una realtà che fa molta attenzione all'equilibrio tra vita personale e professionale, avere la flessibilità di poter coniugare questi due mondi, è impagabile." Arriva a Milano la domenica sera o il lunedì mattina, tenendo il ritmo veloce della città durante la settimana, per poi tornare a Sestri il mercoledì o il giovedì sera, a seconda delle settimane.
Non manca di raccontare un gesto concreto dell'azienda: un mese aggiuntivo di congedo quando è nato il secondo figlio. "Altrimenti sarebbe stato un percorso lungo", dice, lasciando intendere quanto quella flessibilità non sia solo una parola nei valori aziendali, ma qualcosa che si è tradotto in tempo reale passato con la famiglia. Fuori dal lavoro, ammette con ironia, non tutti sanno esattamente cosa faccia: "A volte vengo scambiato per un programmatore." Segno che dietro un'app entrata nell'uso quotidiano di milioni di italiani, la figura di chi la guida resta spesso invisibile.
Trentaquattro milioni di pasti e la squadra che ci crede
Dietro ai numeri, Cerisola mette sempre le persone. Il team italiano conta circa novanta persone, e ogni anno si ritrova per un evento aziendale che lui stesso, non a caso, ha voluto organizzare nella sua Sestri Levante: un momento per stare insieme, lontano dagli schermi, culminato in un'attività di pulizia della spiaggia dalla plastica. "Ci hanno raccontato qual è l'impatto della plastica sul mare: è stato davvero molto ispirante", racconta. "È un team che ogni giorno parla con i negozianti, che lavora per la crescita, ma che deve anche sentire propria la missione."
Il risultato di quel lavoro, dal 2019 a oggi, si misura in trentaquattro milioni di pasti salvati in Italia. Un dato che Cerisola pronuncia con evidente orgoglio, non tanto per la cifra in sé quanto per le persone che l'hanno resa possibile: "Vedere un gruppo di ragazzi che ha permesso tutto questo qui in Italia mi inorgoglisce."
Sul tema della leadership, che il country manager ha imparato più sul campo che sui manuali, arriva forse la riflessione più matura di tutta la conversazione. Quando ha iniziato come general manager, racconta, non si sentiva pronto: nessuno lo è davvero, la prima volta. La vera svolta è arrivata quando ha smesso di affidarsi solo alla propria visione delle cose e ha iniziato a parlare sistematicamente con ogni persona del team, ogni due o tre mesi. "Il rischio più grosso, nel prendere decisioni, è non avere una visione reale di quella che è la realtà", spiega. Parlare con un negoziante, ascoltare un collaboratore, entrare nella profondità di un problema concreto: sono questi gli strumenti che, secondo lui, permettono davvero di decidere bene, evitando il paraocchi in cui rischia di cadere chi guida da solo.
Uno sguardo oltre l'Italia
Nel racconto di Cerisola emerge con chiarezza quanto il modello di Too Good To Go debba adattarsi Paese per Paese, restando fedele alla stessa missione ma cambiando completamente linguaggio. In Giappone, mercato che conosce da vicino, il concetto stesso di spreco viene declinato con una parola diversa, più vicina a un'idea di reciprocità che ricorda il "win win" applicato al cibo. Lì, racconta, è stato necessario sviluppare un linguaggio specifico in giapponese e integrare l'app con il sistema dei trasporti pubblici, capillare com'è la vita quotidiana nelle grandi città nipponiche, così che ritirare una sorpresa potesse incrociarsi naturalmente con una fermata della metropolitana.
A livello internazionale, l'Italia lavora oggi in un gruppo di Paesi che comprende anche Francia, Portogallo e Spagna, con un confronto mensile globale che coinvolge la sede di Copenaghen. Una sana competizione tra mercati, dice Cerisola, ma soprattutto la voglia condivisa di far crescere ciò che funziona, prendendo esempi diversi da contesti diversi.
Guardando avanti, la sfida più grande resta quella culturale più che tecnologica: continuare a educare le persone sulla differenza tra scadenza e consumo preferibile, portare l'app anche nei piccoli comuni dove il digitale fatica ancora ad arrivare, e soprattutto lavorare su quel dato che pesa più di tutti, lo spreco domestico, che resta la fetta più grande del problema. Un obiettivo che, nelle parole di Cerisola, non riguarda solo un'azienda o un'app, ma un cambiamento di abitudini che comincia dal frigorifero di ogni casa italiana, un piatto vuoto alla volta.